
Quello che vedete sopra è lo schema dello scaldabagno elettrico della casa in cui la mia famiglia vive da circa due anni. Ve ne illustrerò brevemente il funzionamento.
Dalla tubazione A arriva l’acqua fredda dalla rete dell’acqua potabile. Questa acqua riempie il serbatoio e viene scaldata dalla resistenza elettrica, quindi esce (calda) dalla tubazione B e va ad alimentare i rubinetti dell’acqua calda del bagno e della cucina.
La tubazione C proviene dalla rete dell’acqua di riscaldamento. Quella che alimenta i caloriferi, per intenderci.
Quando d’inverno l’impianto di riscaldamento è in funzione, aprendo l’apposita valvola si manda acqua calda ad una tubazione a serpentina che passa all’interno dello scaldabagno, scaldando quindi l’acqua potabile contentuta nel serbatoio. Questa acqua, raffreddatasi, esce dalla tubazione D e torna alla caldaia attraverso una tubazione di ritorno (la stessa che rimanda alla caldaia l’acqua dei caloriferi).
In questo modo è possibile avere una discreta quantità di acqua calda senza accendere la resistenza elettrica, quindi risparmiando elettricità.
Ora, la valvola sulla tubazione C è sempre stata rotta da quando siamo venuti ad abitare in questa casa… cioè, non è che sia rotta, semplicemente manca la manopola. Quindi per aprirla e chiuderla bisogna usare una chiave inglese.
Durante lo scorso inverno mia madre, spaventata da alcune bollette della luce con importi astronomici, ha sviluppato questa bizzarra teoria: “se io tengo la resistenza accesa e contemporaneamente la valvola aperta, l’acqua scaldata dalla resistenza esce dallo scaldabagno, andando a scaldare gli altri appartamenti. Quindi il mio scaldabagno non è mai pieno di acqua calda, il termostato non scatta e la resistenza rimane accesa. Così consumo un sacco di corrente per scaldare l’acqua al resto del palazzo”.
Più volte ho cercato di spiegarle che l’acqua che esce dalla tubazione D non è quella contenuta nel serbatoio, ma semplicemente quella che entra dalla tubazione C… che non si può mischiare l’acqua del riscaldamento con quella potabile, altrimenti noi ci laveremmo e cucineremmo con dell’acqua di colore marrone che ci ucciderebbe in pochi giorni.
Più volte ho anche cercato di spiegarle che l’acqua esausta dal nostro impianto di riscaldamento (che quindi si è raffreddata) NON VA NEGLI ALTRI APPARTAMENTI, ma torna alla caldaia… altrimenti la signora dell’ultimo piano sarebbe già morta assiderata, poveretta.
Ancora più volte sono salito su una scaletta con in mano una chiave inglese, per dimostrarle che quella maledetta valvola era CHIUSA. Ogni volta la sua risposta era la stessa: “oh, finalmente l’hai chiusa… così non scaldiamo più l’acqua di tutto il palazzo…” 
Niente da fare. Qualunque operaio che entrasse in casa nostra, fosse egli un elettricista, un antennista, un muratore, era tenuto anche lui al triste rito della chiusura della valvola.
La settimana scorsa si è bruciato l’interruttore della resistenza. Un elettricista è venuto a casa a cambiarlo, ma una volta cambiato l’interruttore la resistenza non sembrava funzionare correttamente. L’elettricista (dopo essere ovviamente stato sottoposto al rito della valvola) ci consiglia di rivolgerci all’idraulico che ha installato lo scaldabagno, per sostituirla.
Mentre mia sorella cominciava a meditare l’acquisto di uno scaldabagno a gas (poverina… lei su quella scaletta ci deve essere salita almeno tante volte quanto me), arriva l’idraulico. Che apre lo scaldabagno per smontare la resistenza… e trova nel serbatoio una decina di chili di calcare, accumulatosi probabilmente nel corso di un paio di decenni.
Rimosso il calcare, cambiata la resistenza (vi lascio immaginare in quali condizioni fosse quella vecchia), il nostro scaldabagno finalmente funziona.
La settimana prossima l’idraulico tornerà per sostituire la valvola. Mia madre gli ha chiesto di installarne anche un’altra (perfettamente inutile) sulla tubazione D… “sa, per evitare che l’acqua calda se ne vada in giro per il palazzo…” 